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Non è solo un gioco: quando il chatbot funziona come una dipendenza emotiva negli adolescenti

Quello che non significa per forza un problema

Parlare con un chatbot non è, di per sé, un segnale d’allarme. Molti ragazzi ci giocano, usano i roleplay creativamente, sperimentano conversazioni immaginarie con personaggi letterari o con versioni di sé stessi. È una forma di esplorazione, e in certi casi può essere anche utile — uno spazio per pensare ad alta voce prima di portare le cose fuori.

Il problema non è il chatbot: è la funzione che occupa. Se serve a elaborare un’emozione e poi il ragazzo la porta fuori — agli amici, a te, nella vita reale — è qualcosa di diverso rispetto a un chatbot che diventa l’unico posto dove certe cose si possono dire.

La differenza non sta nella quantità di tempo, ma in quello che rimane fuori quando il chatbot prende spazio: le amicizie che si rarefanno, le conversazioni in famiglia che si chiudono, le relazioni reali che cominciano a sembrare “più difficili” o “meno sicure” di una chat con una macchina.

Come riaprire lo spazio senza chiuderlo

La tentazione è porre un limite. “Basta col telefono, parliamo.” Ma quella mossa, quasi sempre, ottiene l’effetto contrario: chiude la porta che stavi cercando di aprire.

Il punto di partenza è la curiosità, non il giudizio. Non “cosa ci fai con quella roba” ma “sembra che ci parli molto — com’è?” Lasciare spazio alla risposta, anche se è breve o difensiva. Non cercare di smontare l’esperienza: “ma è solo un bot” è una frase che lui sente già come un’accusa.

Quello che aiuta, secondo il framework relazionale che emerge dalla ricerca, è distinguere tra “ti piace usarlo” — normale — e “ci vai quando ti senti male e non sai a chi rivolgerti” — che merita attenzione. Se la risposta alla seconda domanda è sì, quella successiva è: cosa rende difficile parlarne con le persone reali?

Lì c’è la conversazione vera. Non sull’AI: sulle relazioni.

L’AI non è il problema. Lo spazio vuoto, sì

Character.AI, la piattaforma più usata dai teenager in questo contesto, ha deciso nell’ottobre 2025 di rimuovere le chat aperte per gli under 18 e di introdurre limiti temporali d’uso. Anche le aziende, in altri termini, hanno riconosciuto che il tema esiste — e non è solo panico mediatico.

Ma i filtri non sostituiscono la relazione. Se un ragazzo trova nel chatbot un ascolto che non trova altrove, il problema non sparisce quando chiudi l’app: si sposta, si comprime, aspetta. La domanda davvero utile, alla fine, non è “quante ore passa con il bot”. È: quali conversazioni non riesce ancora a fare con le persone intorno a lui?

Rispondere a quella domanda — insieme — è molto più difficile che togliere il telefono. Ma è anche l’unica cosa che funziona.

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