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Quello che succede nella mente dei nonni quando stanno con i nipoti

Il nonno che si limita a sorridere da un angolo non riceve gli stessi benefici del nonno che si siede a terra e costruisce una torre di Lego che crolla e si ricostruisce.

Ringiovanisce anche il corpo

I benefici non si fermano alla mente. Stare con i nipoti costringe (piacevolmente, per lo più) a muoversi di più: alzarsi, correre, piegarsi, raccogliere, portare. Per gli over 65, questo livello di attività fisica spontanea ha un valore che le passeggiate solitarie faticano a replicare, perché è motivata da qualcuno, non da una prescrizione.

C’è anche qualcosa di più sottile: il senso di utilità. Uno dei rischi peggiori dell’invecchiamento è la sensazione di essere diventati inutili, di non servire più a nessuno. La relazione con i nipoti lo smonta direttamente. Quel bambino ti vuole, ha bisogno di te, ti cerca. È difficile sopravvalutare quanto questo faccia bene — non solo all’umore, ma alla salute nel senso più fisico del termine.

La cura che non deve diventare peso

Tutto questo ha un confine che è importante nominare. La cura dei nipoti fa bene ai nonni quando è una scelta, quando c’è spazio per dire “oggi non ce la faccio” senza sensi di colpa, quando il ruolo non sostituisce quello dei genitori ma lo affianca.

Quando invece i nonni diventano il piano B permanente — il cuscinetto invisibile che assorbe tutto quello che i figli non riescono a fare — il rischio è che l’aiuto si trasformi in esaurimento. Il burnout del nonno esiste, anche se non ha ancora un nome ufficiale nei manuali di psicologia. Ed è proprio l’opposto di ciò che farebbe loro bene.

Il punto di equilibrio è quello in cui la relazione con il nipote è vissuta come dono, non come obbligo. Quando si riesce a stare davvero presenti — e non solo fisicamente disponibili — è lì che il cervello risponde meglio.

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