Succede più spesso di quanto ammettiamo. Quando una persona che senti vicina raggiunge un traguardo, ti si allarga il petto come se una parte di quella gioia ti appartenesse davvero. Quando invece inciampa, fa una figuraccia o fallisce, può comparire un movimento opposto, più silenzioso e meno elegante: prendere un po’ le distanze.
Non è solo una questione di empatia. E non è nemmeno, almeno non sempre, pura convenienza emotiva. C’entra il modo in cui costruiamo quel “noi” che ci accompagna nella vita adulta.
Quando il successo di un altro ti sembra quasi tuo
Lo si vede benissimo nello sport. Dopo una vittoria, il linguaggio cambia: si dice “abbiamo vinto”, anche se in campo non ci siamo mai entrati. Ma lo stesso meccanismo esce dallo stadio molto in fretta.
Un figlio supera un esame difficile, ottiene un lavoro importante, trova finalmente la sua strada, e il genitore sente un orgoglio che non è soltanto affetto. C’è qualcosa di più profondo: la sensazione che quel risultato dica qualcosa anche di sé, della storia condivisa, del tempo investito, del legame. Lo stesso può succedere in coppia, quando il partner realizza un progetto a lungo inseguito, oppure tra amici di lunga data, quando uno del gruppo ce la fa e gli altri ne parlano con una luce speciale negli occhi.
Le ricerche di psicologia sociale descrivono da decenni questa tendenza ad avvicinarsi ai successi dei gruppi o delle persone che sentiamo “nostri”. Il punto, però, non è l’etichetta teorica. Il punto è riconoscere una cosa molto umana: se una relazione entra nella tua identità, il confine tra io e noi si fa più largo. E allora la vittoria dell’altro non resta del tutto esterna.
Il lato più scomodo arriva quando le cose vanno male
La parte meno confessabile è l’altra. Perché se il successo ci fa sentire vicini, il fallimento può farci venire voglia di restringere il campo. Non sempre in modo plateale. A volte basta una frase, un cambio di tono, un piccolo spostamento: “Sì, però è stata una sua scelta”, “Io glielo avevo detto”, “In quella storia non c’entro”.
Non serve che ci sia un grande disastro. Può bastare una bocciatura, una figuraccia pubblica, una decisione sbagliata che mette in imbarazzo tutta la famiglia, una crisi del partner che ricade sul clima di casa, un errore di un amico che improvvisamente rende meno comodo presentarlo come “uno dei nostri”.
Anche questo movimento è noto da tempo: quando un legame o un’appartenenza rischiano di trascinarci dentro qualcosa che sentiamo umiliante, la mente prova a proteggersi. Riduce la vicinanza, abbassa l’identificazione, prende fiato. Non è bello da dire, ma è umano.
Non è solo empatia: c’entra l’identità condivisa
Qui sta il passaggio più interessante. Se fosse soltanto empatia, proveremmo semplicemente gioia quando l’altro è felice e dolore quando soffre. In realtà succede qualcosa di più complesso.
Ci sono relazioni e gruppi che finiscono dentro l’immagine che abbiamo di noi stessi. La famiglia è il caso più evidente. Ma vale anche per una coppia lunga, per un’amicizia che dura da una vita, per un gruppo di lavoro molto unito, perfino per quelle piccole cerchie in cui ci sentiamo riconosciuti e al sicuro.
Quando il legame è così forte, l’orgoglio e la vergogna non passano solo per “mi dispiace per te” oppure “sono contento per te”. Passano per “questa cosa parla anche di noi”. E quel “noi”, a volte, ci nutre. Altre volte ci espone.
Per questo il successo di chi ami può sembrarti quasi una conferma personale, mentre il suo inciampo può farti sentire a disagio in un modo che ha poco a che vedere con la razionalità. Non stai facendo un calcolo freddo. Stai reagendo a un confine emotivo che si allarga e si restringe.
In famiglia e in coppia succede più di quanto pensiamo
Nella vita adulta questa dinamica è ovunque, proprio perché i legami contano molto e spesso portano con sé una reputazione condivisa.
Un genitore può raccontare con orgoglio i successi del figlio come se fossero il segno visibile di qualcosa che riguarda tutta la famiglia. Non è necessariamente vanità. A volte è il modo in cui si sente il senso di una storia comune. Ma quando lo stesso figlio sbaglia, delude o prende una strada difficile da accettare, può comparire un irrigidimento: meno vicinanza, meno parole, più bisogno di separare “la sua vita” dalla propria.
In coppia il meccanismo può essere ancora più delicato. Se il partner brilla, ci si sente rafforzati. Se attraversa un fallimento visibile, può emergere una strana miscela di dolore, imbarazzo, paura del giudizio esterno. E allora ci si scopre meno generosi proprio nel momento in cui sarebbe più importante restare vicini.
Questo non significa che l’amore sia falso. Significa che nelle relazioni strette l’identità è sempre un po’ intrecciata. E quando quel tessuto viene messo alla prova, la prima reazione non è sempre la migliore.
La maturità non è non provare queste cose
La tentazione più facile sarebbe giudicarsi male. Pensare: se mi sento più vicino ai successi e più a disagio davanti alle sconfitte, allora sono ipocrita. Ma il punto non è questo.
Le fonti che hanno studiato questi meccanismi mostrano che orgoglio e vergogna per riflesso non sono solo pose sociali. Possono essere emozioni autentiche, proprio perché nascono da un’appartenenza sentita. Il rischio, semmai, è non accorgersene e lasciare che siano loro a guidare il modo in cui trattiamo l’altro.
Crescere, nelle relazioni, forse significa questo: riconoscere che dentro di noi esiste il desiderio di stare attaccati a ciò che ci fa sentire bene e di allontanarci da ciò che ci espone. Però scegliere, quando conta davvero, di non trasformare la sconfitta dell’altro in una solitudine in più.
Perché amare qualcuno non vuol dire non sentire mai imbarazzo, paura o vergogna riflessa. Vuol dire accorgersi di quel movimento e non scappare troppo in fretta. Restare abbastanza vicini da non lasciare l’altro solo proprio quando smette di essere facile identificarci con lui.
Fonti
Le ricerche e gli articoli citati
doi.org
https://doi.org/10.1037/0022-3514.34.3.366
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https://doi.org/10.1037/0022-3514.51.2.382
frontiersin.org
https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2019.00666/full
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