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Lavoro e identità

La Gen Z non odia il lavoro, odia un certo modo di lavorare

La Gen Z non è pigra: rifiuta un modello di lavoro totalizzante. Cosa ci dice questo cambiamento se hai quarant'anni, sei un manager o un genitore.

Lorenzo Ferretti

C’è una frase che si sente spesso nelle conversazioni tra colleghi, nelle cene di famiglia, nei commenti sui social: “I giovani non hanno voglia di lavorare.” È una frase che dice tanto di chi la dice, e pochissimo di chi descrive.

Il malinteso che divide generazioni

Quando si parla di Gen Z e lavoro, il primo riflesso è spesso il confronto. Chi ha iniziato a lavorare negli anni Ottanta o Novanta ricorda sacrifici, gerarchia rispettata, carriera costruita mattone dopo mattone. E guarda ai ventenni di oggi con una miscela di stupore e fastidio: sembrano poco disposti a piegarsi, a fare la gavetta, a mettere il lavoro al primo posto.

Ma se ci si ferma un attimo, invece di reagire, si scopre che il conflitto è reale — però non è quello che sembra.

La Gen Z — i nati indicativamente tra il 1997 e il 2012 — non è una generazione di pigri o di viziati. È una generazione che ha visto i propri genitori sacrificare salute, relazioni e tempo libero per un’idea di lavoro che spesso non ha mantenuto le promesse. Ha visto il burnout diventare ordinario. Ha vissuto una pandemia che ha mostrato quanto fragile fosse quell’ordine. E ha deciso, silenziosamente ma con determinazione, che non vuole lo stesso patto.

Cosa rifiuta davvero

Il punto non è il lavoro in sé. È un certo modello di lavoro — quello che chiede identità totale, disponibilità permanente, sacrificio come prova di valore.

Negli ultimi anni ha preso piede un concetto che descrive bene questa postura: il quiet quitting. Non significa smettere di lavorare. Significa smettere di lavorare oltre ciò che viene chiesto e pagato. Significa tracciare un confine tra sé e il proprio ruolo professionale. Significa dire: sono una persona che lavora, non un lavoratore che vive.

Per molti adulti sopra i quaranta, questa frase suona strana, forse persino infantile. Ma vale la pena chiedersi: da dove viene questa strana sensazione? Forse da una convinzione interiorizzata, mai messa davvero in discussione, che il lavoro meriti di occupare tutto — il tempo, l’identità, persino il senso di valore personale.

La Gen Z ha cortocircuitato quella convinzione. Non perché sia più saggia, ma perché non l’ha mai assorbita nel modo in cui l’hanno fatto le generazioni precedenti. E questo la rende uno specchio scomodo.

Perché ci riguarda, anche se abbiamo quarant’anni o più

Se hai quaranta, cinquanta anni e ti trovi a osservare questo cambiamento — da genitore, da manager, da collega — probabilmente senti qualcosa di ambiguo. Una parte di te capisce. Forse anche tu hai pagato un prezzo per la dedizione incondizionata al lavoro. Forse anche tu, in certi momenti, hai pensato che ci fosse un errore nel sistema, ma hai continuato lo stesso perché si fa così.

La Gen Z ha reso esplicita quella crepa. Ed è disturbante in un modo preciso: non perché abbiano torto, ma perché — se hanno ragione — vuol dire che alcune scelte fatte con fatica e orgoglio andrebbero rilette.

Non si tratta di giudicarli né di celebrarli. Si tratta di usare questo conflitto come un’occasione di riflessione su di sé. Cosa mi ha dato davvero il modo in cui ho lavorato fin qui? Cosa ho perso? C’è qualcosa che vorrei fare diversamente, ora che posso scegliere con più consapevolezza?

Nelle relazioni di lavoro qualcosa sta già cambiando

Nelle organizzazioni dove convivono più generazioni, la tensione è reale. I manager della generazione X o dei Millennial più senior si trovano a gestire collaboratori che chiedono feedback continui, che non considerano le ore extra un tributo dovuto, che si aspettano che il lavoro abbia senso — non solo uno stipendio.

Questo non è sempre facile. Ma è anche, in molti casi, un miglioramento silenzioso. Chi studia il benessere nei luoghi di lavoro lo dice da anni: i lavoratori più soddisfatti — indipendentemente dall’età — sono quelli che percepiscono equilibrio, autonomia e riconoscimento. La Gen Z lo chiede ad alta voce. Le generazioni precedenti lo desideravano in silenzio.

Il cambiamento più profondo che i ventenni di oggi stanno portando non riguarda il rifiuto del lavoro, ma il rifiuto del lavoro come unica fonte di identità. Vogliono essere bravi professionisti e avere una vita. Essere presenti e avere confini. Un’aspirazione che, se ci si pensa bene, non è poi così diversa da quello che molti di noi hanno sempre voluto — solo che noi non avevamo il coraggio, o il permesso culturale, di dirlo.

Il cambiamento non appartiene solo a loro. È già nostro.