Benessere mentale Pagina 2 di 2

Perché alcune persone non si identificano nello sport come fanno quasi tutti

Non serve essere esclusi in modo esplicito perché questo lasci una traccia. A volte basta accorgersi di essere fuori sincrono. Di non avere la risposta pronta. Di non sentire entusiasmo dove l’entusiasmo sembra previsto.

La psicologia sociale mostra che i gruppi influenzano i comportamenti anche attraverso aspettative implicite, e che esclusione e rifiuto, perfino nelle forme leggere, hanno effetti emotivi reali. Per questo sentirsi un po’ laterali rispetto a un linguaggio comune può dare fastidio anche quando nessuno ti sta giudicando apertamente. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato in te, ma perché tutti, in misura diversa, abbiamo bisogno di sentire che contiamo per qualcuno e dentro un contesto.

Appartenere non vuol dire somigliarsi

Una delle idee più liberanti, forse, è questa: appartenere non significa necessariamente assomigliarsi. Non significa tifare per la stessa squadra, emozionarsi per gli stessi eventi o usare gli stessi simboli per dire “io sono dei vostri”.

Per qualcuno l’appartenenza passa dallo stadio o dal circolo sportivo. Per altri passa da una tavolata, da un’associazione, da un gruppo di lettura, da un impegno condiviso, da una forma di presenza costante nelle vite altrui. Ci sono persone che si sentono profondamente parte di una comunità senza avere bisogno di segni identitari così visibili. Altre, al contrario, trovano proprio nella forza di quei segni un conforto autentico.

Il punto non è stabilire quale forma sia migliore. È riconoscere che il benessere nasce più facilmente quando il gruppo a cui ci leghiamo è compatibile con noi, con il nostro modo di esserci, di esprimerci, di stare con gli altri.

Restare fuori da un rito non vuol dire restare fuori dal mondo

Molte persone adulte si portano dietro per anni una domanda silenziosa: perché qui non mi ritrovo come gli altri? A volte riguarda lo sport, altre volte la mondanità, le chat, i rituali di coppia, perfino il modo in cui si festeggia. Crescendo, però, può diventare più chiaro che non tutto ciò che unisce molti deve unire per forza anche noi.

E forse la maturità sta anche qui: capire che si può rispettare fino in fondo ciò che per altri è importante senza obbligarsi a trasformarlo nel proprio linguaggio affettivo.

Lo sport, per chi lo vive come casa, può essere una casa vera. Ma non è l’unica. E chi non si identifica in quel rito non è per questo meno capace di legarsi, meno generoso, meno umano. Sta solo cercando, o ha già trovato, un altro modo di dire la stessa cosa: io appartengo, anche se non nello stesso modo.

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